• Settembre 26º, 2018

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Neuroscienze e determinismo. Il neuroscienziato italiano Vittorio Gallese, co-scopritore dei neuroni specchio, spiega perché la scienza ha bisogno delle scienze umane per poter parlare dell’essere umano.

«La scienza risponde a tutte le domande e dà risposte più attendibili della religione. Lo scopo del mondo è un problema inventato, è una domanda vuota». Così si esprimeva l’anziano zoologo Richard Dawkins nel suo libro più famoso, L’Illusione di Dio. E il predominio della scienza come unica fonte di verità è ancora oggi un dogma sostenuto da tanti, troppi.

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Tra i più irriducibili scientisti, almeno per un periodo della sua vita, vi fu il matematico Bertrand Russell, per il quale «qualunque conoscenza sia conseguibile, deve essere conseguita con metodi scientifici; e ciò che la scienza non può scoprire, l’umanità non può conoscere». Una emerita sciocchezza poiché tutte le più alte conoscenze a cui gli esseri umani giungono nella loro vita avvengono al di fuori di un laboratorio ed in assenza di metodi scientifici. Che suo figlio gli voglia bene, che il marito/moglie provi reale affetto e non sia interessato/a all’eredità, che la madre non metta del veleno nella cena, che l’amore esista, che il bene sia desiderato da ognuno per sé ecc., sono tutte conoscenze a cui l’uomo giunge nel corso della sua vita e che si tramutano spesso in certezza morale, senza ovviamente necessità di una prova scientifica. Anzi, paradossalmente assumono un grado di certezza maggiore piuttosto che la composizione delle stelle.

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«Se pure tutte le possibili domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati», affermò acutmente Ludwig Wittgenstein (Tractatus logico-philosophicus, 6,52). «In ambito scientifico cresce l’insofferenza per la filosofia», scrisse il filosofo italiano Emanuele Severino, rispondendo ad un amico di Dawkins, il fisico ateista e scientista Lawrence Krauss, autore di Un universo dal nulla, in cui anch’egli considera spazzatura tutto ciò che non si piega alla dimostrazione scientifica. Severino è ironico: «Accade anche, però, che insieme all’insofferenza cresca anche, nella scienza, l’interesse per i problemi che sono sempre stati propri del pensiero filosofico. Relativamente ai quali essa crede di poter andare molto più a fondo».

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Ma non può farlo. Non perché non ne è capace o perché è ancora troppo presto, piuttosto perché esulano dal suo campo d’azione. Molti aspetti chiave della vita (come l’etica: ciò che è bene e ciò che è male, e l’estetica: ciò che è bello e ciò che è brutto) si trovano infatti al di fuori del dominio della ricerca scientifica: la scienza può dire che tipo di circostanze porteranno all’estinzione degli orsi polari, o anzi, dell’umanità, ma non ha nulla da dire sul fatto se questo sia un fatto buono o cattivo. Sulla soluzione del tema immigratorio o del terrorismo internazionale il metodo scientifico ha meno risposte di un bambino, ed è poco più utile di un articolo di Maurizio Belpietro. Ancora peggio quando gli scienziati provano a spiegare i valori e gli esseri umani, riducendoli in termini di neuroscienze.

Proprio in questi giorni il celebre neuroscienziato italiano, Vittorio Gallese, uno degli scopritori dei neuroni specchio, ha affermato: «Il riduzionismo delle neuroscienze deve fare i conti con la realtà di ciò che significa essere umani. Occorre enfatizzare i temi della relazione e del ruolo costitutivo della socialità nel farci divenire chi siamo e mettere l’accento sulla centralità della nozione di esperienza. Le macchine eseguono computazioni, gli esseri viventi fanno costantemente esperienza del proprio incontro col mondo fisico e con il mondo degli altri. Lo studio della dimensione esperienziale della cognizione sta fortunatamente divenendo uno degli snodi centrali nello studio del cervello-corpo. Le neuroscienze non possono fare a meno di un costante dialogo con le scienze umane, se ambiscono a comprendere la nostra natura senza sacrificare nulla della sua meravigliosa ed enigmatica complessità» (da Il corpo e la mente non hanno confini, Il Corriere La Lettura, 23.9.18).

the dreams of the children of the world by T.Dollorenzo Solari

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E, a proposito di neuroni specchio, anche l’altro co-scopritore, Giacomo Rizzolati, ha qualcosa da dire in merito: «Noi scienziati andiamo molto più per approssimazione. Il filosofo cerca di vedere le cose in modo raffinato, trova subito l’errore, dice che non è del tutto convincente, che gli manca questa prova». Così, la filosofia «è molto più precisa della scienza. E’ vero che i dati della scienza sono incontrovertibili, ma il filosofo è molto utile per trovare quali sono i punti deboli nella speculazione successiva ai dati. I dati sono dati, però poi si devono interpretare. Cosa significano? Cosa portano di nuovo come conoscenza? E’ su questo qualcosa di nuovo che il filosofo ti critica e ti mette in discussione, mette in dubbio certe cose, ed è molto utile».

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Testimonianze di scienziati mentalmente aperti e realisti, che rispettano la metodologia propria ed importantissima delle scienze empiriche ma senza disprezzare, anzi valorizzando, quelle degli altri saperi, come filosofia e teologia. Ben sapendo che l’essere umano porta in sé una “meravigliosa ed enigmatica complessità”, che impedisce di essere ridotto ai suoi antecedenti biologici o chimici.

La redazione

 

 

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