Umanizzazione delle medicina: incontro tra arte e medicina

Dott. Ilio Torre, psicologo

Dott. Ilio Torre, psicologo

La complessità dell’essere umano nelle sua vastità di espressioni, sia sane che patologiche, ci pone nell’ obbligo morale e scientifico di perseguire con la conoscenza umana e scientifica la sua piena comprensione.

Spesso abbracciando totalmente il modello scientifico e culturale occidentale siamo troppo legati al motto “divide et impera”, ossia alla frammentazione verticale e specialistica dell’essere umano che spesso “diviso” in parti, difficilmente ritrova in ambito medico-scientifico l’unità e l’interezza della sua essenza.

Siamo facilmente indotti a settorializzare, parcellizzare, separare culturalmente le nostre esperienze e i nostri vissuti. Siamo frammentati in ruoli, in stati emotivi e sociali, culturali ed economici, in ammalati e sani, medici e pazienti.images (12)

In una visione olistica (intera, totale) la “separazione e la divisione” è una illusoria semplificazione della complessità della realtà e dell’essere umano. Oggi siamo scientificamente orientati a capire la totalità degli eventi, infatti in fisica si cerca la cosiddetta “teoria del tutto”, il tema più caro ad Albert Einstein.

Si cerca un sistema omnicomprensivo degli infiniti fenomeni che vanno dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. Anche la matematica con i frattali cerca nuove risposte univoche alla complessità.

Se il mondo è ormai consapevolmente piccolo davanti all’immensità degli universi, ormai infiniti e se siamo tutti sotto lo stesso cielo, sarebbe più utile e più realistico ri-vederci con occhi nuovi e togliere le nostre più inutili separazioni culturali e sociali, economiche e religiose.

Ri-guardiamo le nostre credenze e ruoli nell’ambito della salute, delle malattie, dei medici e pazienti. Costruiamo una visione olistica e sinergica nell’ambito della salute, dove le alleanze in tutti gli ambiti possono garantire maggiori cambiamenti e raggiungimenti degli obiettivi salutistici, in tutte le forme sia fisiche che psico-emotive.

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Unificare risorse ed energie in un patto di collaborazione di alleanza terapeutica tra le differenti figure umane che per ruolo si incontrano sullo stesso campo di lavoro: la salute. Nel lavoro quotidiano al miglioramento e mantenimento della salute troviamo professionisti con differenti ruoli: amministrativi, dirigenti, tecnici, medici, infermieri, pazienti e i loro familiari, medicine, incognite, limitazione scientifica e tecnologica, la nostra limitatezza e la nostra umanità.

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In dimensioni e ambienti molto, molto piccoli, a livello di molecola chimica ci sono elementi che fungono da catalizzatore dei processi chimici, senza i quali una reazione pur essendo potenziale non può avvenire. Le sostanze catalizzanti sono elementi che raccordano e velocizzano eventi e sono vitali per il cambiamento in atto.

Nel campo della salute il rapporto umano, l’empatia e le qualità più alte, più evolute dell’essere umano sono preziose risorse di grande efficacia, presenti in tutti e sempre disponibili, quale la creatività. Essa è la capacità di elaborare in maniera unica e nuova le differenti situazioni ed elementi per dare vita a nuove realtà, nuove possibilità e nuove capacità di adattamento.

La capacità di rispondere all’ambiente sia interno che esterno, garantisce maggiori possibilità di adattamento e quindi di sopravvivenza. Oggi l’intelligenza emotiva (QE) è considerata alla pari dell’intelligenza nelle sue varianti logiche (QI). Se l’intelligenza emotiva viene stimolata permette alla persona di recuperare ed utilizzare maggiori risorse mentali, emotive e fisiche per essere potente catalizzatore per un uso maggiormente consapevole del potenziale umano sia conscio che inconscio.

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La psicologia considera il sintomo e la malattia come un messaggio analogico che il sistema (mente corpo) organizzato emette e va compreso nella sua interezza fisiologica e psicologica.

Una comunicazione analogica di uno stato di disequilibrio può manifestarsi nell’aspetto prevalentemente somatico o psichico ma può avere radici e cause lontane, anche in aree non direttamente collegate alle manifestazioni sintomatiche. Spesso la qualità delle relazioni affettive e professionali, protratte nel tempo, sono causa di attivazione o mediatori di stati patologici.

Prendere in cura sia la malattia che i messaggi della malattia sono un modo di leggere appieno l’umanità dietro i sintomi. La malattia spesso totalizza l’attenzione dei pazienti, così come quella dei loro familiari e dei medici che hanno la loro presa in carico. Questo può portare i pazienti ed il personale sanitario ad una visione ristretta sulla malattia, con la perdita di una visione più orizzontale ed allargata dell’essere umano.

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La malattia ed il sintomo non possono diventare l’identità del paziente, non possiamo considerare lo stato patologico lo stato d’identità psicologico. È scorretto pensare che un paziente con una patologia cardiopatica o di altro genere si identifichi o venga identificato dai sanitari dai sintomi o dalla malattia; è più opportuno affermare che il paziente ha una cardiopatia e non che sia cardiopatico.

È più umanistico affermare che “ho una miopia” e non “sono miope”. L’identità dei pazienti va salvaguardata perché permette durante il processo terapeutico di recuperare risorse interiori altrimenti facilmente vanificate dai sintomi dominanti.

Integrare, arricchire, armonizzare il processo terapeutico già in atto con le qualità tipiche dell’emisfero cerebrale destro (prevalentemente orientato alla creatività, alla musica e all’analisi della realtà come “insieme” e non come “dettaglio”) è un’opportunità terapeutica nell’alleanza tra medico e paziente e più in generale con tutte le figure fondamentali che arricchiscono la vita quotidiana; oggi siamo consapevoli che nessuna opportunità significativa può rimanere inutilizzata.

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La vita così come la conosciamo e forse in parte ancora sconosciuta, assume differenti forme alcune concordanti e cooperanti con la nostra vita, altre discordanti e letali. Comunque tutto è vita.

Tutte le espressioni vitali cercano la propria sopravvivenza e il miglior adattamento possibile. Mantenere la nostra armonia vitale è un efficace e complesso gioco di equilibri e di sopraffazione e collaborazione delle differenti forme di vita, come parassiti e batteri intestinali indispensabili per la nostra sopravvivenza e virus anche letali per la nostra vita.

La diminuzione o alterazione dei nostri equilibri vitali temporali o definitivi inducono una valutazione, una sostentazione, un apporto che inevitabilmente transita dall’aspetto relazionale umano, chimico, tecnico e ambientale.

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La persona indigente, il medico, gli operatori sanitari, i familiari sono un tutt’uno relazionale, un’inscindibile relazione umana e professionale che lega insieme competenze, stati affettivi, aspettative in un gioco di cooperazione e partecipazione (ognuno con il suo ruolo) per il raggiungimento del migliore equilibrio di salute possibile.

L’uno è in funzione dell’altro, ci si dà senso e valore reciproco. Guarire da una malattia è un vantaggio per il paziente, per la sua famiglia, per il medico come per l’infermiere così come per l’intera società. La salute è un equilibrio e un vantaggio per tutti, è un valore condiviso da cui tutti ne traiamo vantaggio e crescita.

Ognuno ha il suo ruolo – paziente, medico, ect – e ancora più significativo che ognuno abbia la sua miglior “funzione”. Potrei avere il miglior ruolo e non la migliore funzione. Avere ruolo e funzione mette in atto maggiori risorse personali e migliori risultati sanitari.

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Posso essere il medico come ruolo ed è importante come e qual è la mia funzione all’interno di un processo collettivo di guarigione. Se pensiamo ad un ingranaggio di orologio meccanico abbiamo tante ruote e viti e tutte hanno un ruolo ma la cosa più importante è la loro funzione.

Se una ruota si danneggia o è alterata mantiene il suo ruolo ma non è più in grado di svolgere perfettamente la sua funzione, compromettendone il funzionamento dell’intero orologio.

Nei processi di guarigione tutti hanno dei ruoli e le funzioni determinano ognuna per se il raggiungimento o meno degli obiettivi prefissi. È come se fossimo in un grande orologio, un meraviglioso meccanismo dove conta tutto, sia i singoli ruoli che le singole funzioni.

Da come “funziona” possiamo ottenere migliori o deludenti risultati. Umanizzare è cogliere il meglio della funzione da ciascun partecipante per un obiettivo altamente specifico e comune.

Umanizzare è essere il ruolo e funzione ossia il come, il dove, il quando. Come svolgo la mia funzione, dove posso essere il meglio di me stesso (nella farmacopea così come nelle relazioni con il paziente e familiari), quando lasciare che la funzione sia il ruolo (empatia, sostegno incoraggiamento, intuito, volontà ed intelligenza razionale ed emotiva).

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Umanizzare è essere e sentirsi partecipi e consapevolmente mediatori di tutto il processo di guarigione con le rispettive competenze sentirsi funzione/funzionali a tutto il meraviglioso processo risanamento e di salute.

Viviamo in un continum di essere e divenire, siamo per fare esperienza e questa ci permette di divenire, di diventare e il gioco, l’alternanza del ritmo, continua verso altro di noi stessi e del mondo circostante.

Il miglior progresso umano in ogni ambito è integrare la multidisciplinarietà scientifica, culturale ed umana in generale. I periodi storici sono caratterizzati da una prevalenza di modelli scientifici/culturali che hanno orientato comportamenti umani, conducendo scoperte scientifiche, modelli sociali e di relazione.

Siamo passati da modelli altamente religiosi a quelli scientifici. Nei primi anni del 900 c’è stata una rivoluzione nell’ambito della fisica. Il cosiddetto modello meccanicista, che interpreta la realtà come una grande macchina il cui funzionamento è indipendente da noi, viene sostituito dalla fisica quantistica che crea il nuovo modello quantistico di realtà.

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Tale modello scientifico afferma, tra i principi salienti, che non può esistere una realtà prima che venga osservata (N. Bohr), non esiste una separazione tra Osservatore (soggetto) ed Osservato (oggetto) ossia il risultato di un esperimento è la risultante soggettiva della relazione e non si può osservare qualcosa senza cambiarlo (W. Heisenberg). Tale modello scientifico è diventato culturale modificando le nostre vecchie ed erronee concezioni sulla realtà e sul nostro essere al mondo.

Se adottassimo il nuovo modello quantistico di realtà comprenderemmo come il risultato di una esperienza o di un “esperimento” terapeutico è il risultato di effetti quantistici indotti dalla relazione Osservatore/Osservato. Semplicemente il Medico, il paziente e tutti possono influenzare in modo differente il risultato del processo terapeutico, ognuno secondo la natura della loro relazione.

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Il risultato del loro “esperimento” è condizionato dalla partecipazione di tutti i soggetti in gioco. Il modello quantistico descrive in modo compiuto le nostre possibilità di influenzare la realtà in quanto noi stessi condizioniamo i risultati e non per un semplice, seppur a volte efficace effetto placebo o nocebo ma per l’attiva partecipazione inconsapevole alle interferenze nei processi quantistici.

Una tale visione ri-modella il concetto di medico, paziente e malattia. Tutti ed ognuno nella propria specificità e funzione diventano soggetti partecipativi della guarigione e dell’efficacia terapeutica. Spesso il paziente assume un atteggiamento passivo circa il proprio stato di salute, così come il medico svaluta la sua funzione di osservatore e affida ai farmaci parte del proprio potere di taumaturgo quantistico.

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In sé e nella sua funzione di medico ha maggiori potenzialità rispetto a quelle espresse. Divenendo consapevoli di tale possibilità la si può utilizzare con maggiore intento e consapevolezza verso la guarigione e la salute in generale.

Se pensiamo ad una umanizzazione della medicina potremmo pensare al nuovo potere umanistico previsto dal modello quantistico.

Dott. Ilio Torre, psicologo

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