Milioni di persone ogni anno sfilano davanti al quadro più celebre del mondo: perché da secoli la Gioconda non cessa di ammaliare i suoi visitatori?

E’ perché, dicono gli studiosi, quell’immagine stimola nel cervello una specifica area del sistema visivo per la percezione dei volti che è capace di svegliare in noi profonde emozioni.
Salvador Dalì nel suo dipinto “Mercato di schiavi con busto invisibile di Voltaire” ritrae un soggetto ambiguo, instabile. Sulla tela osserviamo la presenza contemporanea di due soggetti, suggeriti dallo stesso titolo del quadro: il busto di Voltaire è composto di due figure femminili e da alcuni schiavi. Quando appaiono gli schiavi è impossibile vedere il busto di Voltaire, e vice-versa. Poiché nulla cambia nel quadro, che rimane una rappresentazione bidimensionale a colori, il fenomeno è legato ad un’instabilità percettiva del nostro sistema visivo: nel momento in cui osserviamo un oggetto, il nostro occhio riceve segnali luminosi (onde elettromagnetiche con diversi valori energetici) riflessi dalle superfici. Sulla retina, la luce è trasformata attraverso processi chimici in segnali elettrici che eccitano i neuroni del nervo ottico. Da qui l’informazione è trasportata più in profondità all’interno del cervello ed elaborata in tutte le sue forme. La “visione” non è una unità percettiva ma il risultato di un complicato processo fatto di molti passaggi che trasformano l’informazione luminosa. Ciò che “crediamo” di percepire è frutto in realtà di un’interpretazione cerebrale che spesso ha poco a che fare con le vere proprietà degli oggetti che ci circondano. Osservare il mondo esterno è di per sé un processo immaginativo di cui spesso siamo inconsapevoli. Come aveva intuito Henri Matisse, “vedere è già un’operazione creatrice”.
Sono milioni le cellule neurali, celate nel volume ristretto del cervello e raggruppate in centinaia di aree sparse e lontane fra loro, che ci permettono di vedere e insieme di “sentire” l’emozione: in costante dialogo fra loro attraverso lunghi filamenti di sostanza bianca, questo groviglio di “cavi” neurali, gli assoni, hanno inimmaginabili potenzialità intrinseche dove è virtualmente possibile qualsiasi tipo di connessione. Finora la Scienza aveva potuto dire ben poco sui meccanismi che regolano le funzioni del cervello, oppure dare risposta a domande come “quali sono i meccanismi neurofisiologici che ci rendono creativi?”, ma oggi la risonanza magnetica funzionale (fMRI) ci permette di visualizzare le strutture anatomiche del cervello e perfino di identificare le aree attive durante l’osservazione di un’opera d’arte. Le neuroscienze stanno aprendo nuovi orizzonti verso la comprensione dell’estetica e della creatività.

L’esperienza estetica, ma anche l’amore romantico come pure le emozioni, dipendono in larga misura dai meccanismi neurali, gli stessi che regolano l’immaginazione creativa (in campo artistico e scientifico). Cosa svelano le tecniche di visualizzazione dell’attività cerebrale in proposito? Esiste un’area responsabile per la creatività? Oppure “l’origine della creatività artistica è da ricercare nella cooperazione fra i centri cerebrali” come disse Kazimir Malevich?
Poche volte il termine “creatività” è associato con i processi più semplici di percezione. Spesso infatti, le teorie della creatività si riferiscono alla flessibilità cognitiva, alla capacità di rompere le convenzioni, alla generazione di nuove idee ed inaspettate connessioni a partire da un pensiero spontaneo, casuale e disorganizzato, in cui molte soluzioni possibili vengono esplorate in pochi secondi.

L’anatomia della creatività
I processi creativi che hanno un ruolo cruciale nella vita culturale e scientifica riflettono un adattamento alla vita di gruppo con complesse interazioni sociali, caratteristico della civiltà umana. L’evoluzione dell’uomo e della civiltà dipendono dall’aumento delle dimensioni della neocorteccia, la regione del cervello più recente, e dal concomitante sviluppo dei lobi frontali, che assieme sovrintendono alle funzioni di apprendimento, linguaggio e memoria. Alcuni studi sul pensiero hanno dimostrato che i processi creativi sono controllati dal rilascio della dopamina, un neurotrasmettitore che accelera i battiti cardiaci e innalza la pressione sanguigna. La dopamina non solo modifica i movimenti, le emozioni ed i sentimenti, ma stimola gli stati creativi ed immaginativi, determinando uno stato di disinibizione temporanea, per giungere al caso estremo della schizofrenia
E’ interessante che nella regione pre-frontale del cervello, inserita anch’essa nel sistema dopaminergico, sono localizzate attività molto diverse fra loro: la ricerca di nuove soluzioni ad un problema, ma anche lo scatenamento dell’amore romantico e materno. Secondo alcuni studi, sarebbe proprio la disattivazione di parti di questa struttura anatomica ad inibire il giudizio critico. Questo spiega forse perché il giudizio sulla persona che amiamo ardentemente non sia obiettivo ma attenuato, se non parzialmente sospeso, e anche perché le madri tendono ad essere meno critiche verso i propri figli. In un celebre studio sul cantante Sting, mentre l’artista improvvisava un pezzo musicale mai provato prima, si è vista la disattivazione di parte della corteccia pre-frontale. L’atto creativo sembra quindi essere proprio associato ad una disinibizione dal giudizio critico, che lascia il cervello “libero” di organizzare a suo modo l’improvvisazione e la generazione di idee. Le scoperte più recenti suggeriscono che esiste addirittura una corrispondenza fra la creatività e l’aumento di spessore della corteccia pre-frontale.
Un altro fattore indispensabile è la connessione fra i centri cerebrali. Individui più creativi in ambito linguistico-letterario, per esempio, mostrano una maggior interazione fra le diverse aree ed anche tra gli emisferi cerebrali. Tali connessioni permettono il dialogo fra le diverse aree, creando i fenomeni di sinestesia (dal greco syn, “insieme” e aisthánestai, “percepire”), cioè la percezione mescolata ed incontrollata dei sensi. Wolfgang Amadeus Mozart e Vassily Kandinsky, per citare alcuni nomi, “soffrivano” di una esagerata sinestesia fra colori e suoni. In questo tipo di sinestesia, l’ascolto di un particolare suono induce la percezione involontaria di un colore o di una forma non realmente presente nell’ambiente. Per Kandinsky, la sinestesia era il punto di partenza per l’ispirazione artistica: nelle sue composizioni “sinfoniche”, i colori divenivano un mezzo sonoro che assieme alle forme “risuona e vibra” nell’opera. Così l’artista racconta la sua sconvolgente esperienza sinestetica assistendo alla rappresentazione dell’opera wagneriana “Lohengrin” al teatro di corte di Mosca: «Sembrava di avere davanti agli occhi tutti i miei colori. Davanti a me si formavano linee disordinate, quasi assurde». E continua : «Il sole scioglie l’intera Mosca in una macchia che, come una tromba, impetuosa fa vibrare tutto l’animo. No, quest’uniformità rossa non è l’ora più bella! Questo è solo l’accordo finale della sinfonia che dona massima vitalità ad ogni colore, che fa in modo che tutta la città risuoni come il fortissimo di un’enorme orchestra».
Gli individui che provano esperienze di sinestesia sembrano avere specifiche peculiarità anatomiche e soprattutto strutture di contatto particolarmente sviluppate fra centri cerebrali fisicamente distanti. Se la sinestesia concede di conoscere il mondo in maniera così straordinaria, forse addirittura esteticamente più avvincente, senza dubbio non può mancare di influenzare la creatività di un artista, sovrapponendo agli oggetti realmente presenti nell’ambiente la percezione viva di colori, suoni o gusti. Vedere i colori di una sinfonia, o sentire il gusto di una forma accresce sicuramente il significato estetico di un’opera, e il godimento emozionale che ne deriva .
Stimolare la creatività?
La recente novità nel campo della visualizzazione dell’attività cerebrale dipende dalla straordinaria velocità di analisi della risonanza magnetica funzionale: pochi millisecondi, invece di ore o giorni. Il vantaggio derivato da questi strumenti di indagine apre un mondo nuovo di applicazioni quasi fantascientifiche: la possibilità di navigare nel nostro cervello in tempo reale, di vederne le attivazioni e di intervenire su di esse imparando a controllarle. Su più del 50% di pazienti con dolore cronico (in cui la percezione del dolore si mantiene elevata e costante per mesi) tale tecnica si è dimostrata efficace. Infatti, imparando a modulare l’attività dei centri del dolore, i pazienti possono controllare la percezione dolorifica. Quando questa tecnica potrà essere utilizzata da tutti noi, che uso ne faremo? Stimoleremo il sistema che rilascia gli oppioidi endogeni? O potremo modulare l’attività delle aree pre-frontali correlate alla creatività?
La scienza forse potrà aiutare a stimolare la creatività anche in individui non predisposti anatomicamente ad essere particolarmente creativi. E’ proprio il caso di dire che alla fine dei conti, ognuno di noi se la dovrà “vedere” con il proprio cervello.
Citando Oscar Wilde, “qualcuno ha detto che i grandi eventi del mondo accadono nella mente. E’ nella mente, e nella mente soltanto, che accadono anche i grandi peccati del mondo” .

Luca Francesco Ticini
Società Italiana di Neuroestetica “Semir Zeki”, Trieste (Italia)
Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences, Leipzig (Germania)

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