I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E la scuola si limita a istruire, ma non educa. Parola di Umberto Galimberti.

Il filosofo, sociologo e psicanalista ha concentrato la sua attenzione su cittadini del futuro e ha riportato le sue osservazioni nel libro “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo” pubblicato da Feltrinelli.

Secondo l’autore, le crisi adolescenziali alla base del malessere hanno un ruolo più marginale rispetto a un altro “ospite inquietante, il nichilismo” che “si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui“.

Di questo smarrimento giovanile, Galimberti dà responsabilità anche alla famiglia, ma è soprattutto sul ruolo della scuola che intravede le carenze maggiori. “Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo“.

In un’intervista rilasciata al sito Barbadillo, Galimberti spiega meglio il pensiero: “Quello che è interessante capire è se la scuola dà agli studenti la capacità di fidarsi di sé stessi. E questo non succede”.

Il sistema dell’istruzione, secondo Galimerti, fa “passare una nozione da una testa all’altra” cioè istruisce che è cosa ben diversa dall’educazione. “Educare – spiega ancora l’esperto – significa seguire un ragazzo nel suo passaggio dallo stato pulsionale allo stato emozionale, in modo che abbia una risonante emotiva nei suoi comportamenti, e riesca a capire la differenza tra corteggiare una ragazza e stuprarla, tra insultare un professore e pigliarlo a calci. Educare vuol dire poi portare al sentimento, perché i sentimenti sono fenomeni culturali, non naturali, quindi si imparano. Il problema perciò è questo: diventare uomini. A prescindere dal tipo di scuola – liceo, istituto professionale, tecnico etc. – lo scopo della scuola fino a 18 anni è formare l’uomo. Le competenze sono secondarie e conseguenti. Quanti manager non sono uomini e fanno fare una vita d’inferno ai loro subordinati?

 

Poi si addentra sull’importanza di avere docenti che sappiano trasmettere la passione per la materia che insegnano, ricordando che “il bravo insegnante è quello che apre il cuore e cattura l’emotività dello studente”. Ciò non significa che debbano concedere tutto. “La scuola dev’essere severa” e deve anche essere un luogo di socializzazione. Promossa da Galimerti è quella scuola che “resta aperta fino a mezzanotte, in modo tale che, dopo la mattinata di lezione, i ragazzi si possano frequentare, trovandosi a studiare, suonare la chitarra, fare teatro, discutere di informatica – o anche a fare l’amore, perché no, l’importante è che lo facciano in posti protetti“.

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